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SUOR ELENA AIELLO

'a Monaca Santa

SUOR ELENA AIELLO
 ‘a Monaca Santa

Dal libro “Il Tempo di Primavera”

Suor Elena Aiello nasce a Montalto Uffugo (CS) il 10 aprile 1895, in una famiglia profondamente cristiana (come ce n’erano tante a quei tempi). Terza di otto figli (sei femmine e due maschi), perse la mamma quando aveva ancora solo dieci anni, e il padre, sarto, li tenne amorevolmente con se come fa una chioccia coi suoi pulcini. Chi aiutava in casa, chi l’aiutava nel suo lavoro di sarto.
La salute della piccola dolcissima Elena era però cagionevole. Cominciò a soffrire di abbassamento della voce e di una tosse continua (ci pare di ripercorrere la vita della piccola Bernadette Soubirous). Tutte le cure non servivano a niente. I medici allora pensarono di praticarle il lavaggio dello stomaco, con una sonda gastrica, ma anche tale doloroso intervento non servì a niente, ed una sera, la già meravigliosa ragazzina Elena, dopo la recita del Santo Rosario (recita da lei mai trascurata in tutta la sua vita: prendiamo esempio da lei, noi e i nostri figli!), fece il voto alla SS. Vergine di Pompei di farsi religiosa nel suo Santuario se l’avesse liberata da quel male.
Nella stessa notte (siamo nell’anno 1908, Elena aveva tredici anni) ebbe chiara la visione della SS. Vergine di Pompei che le assicurava la guarigione.
Il mattino dopo ogni disturbo era definitivamente scomparso.
Elena cominciò a sognare il momento di adempiere a questo voto, ma l’età prima, poi la guerra (1914-1918) ed infine una terribile epidemia di spagnola (influenza, la quale mietè milioni di vittime in tutta Europa), rimandò tale evento. Ma era ormai scritto nel cuore della giovane che doveva diventare suora, e a caratteri d’oro in Cielo. Ma lei GIÀ lavorava per il Cielo. Infatti, specie nella penosa emergenza dell’epidemia di spagnola, Elena si distinse come pochi altri nell’aiutare le suore ed il parroco del paese (duramente anch’esso colpito da questa terribile influenza) nel portare soccorso agli ammalati. Già le Suore accarezzano l’idea di poterla accogliere nella loro “famiglia”, ma il Signore aveva altri  e ben più importanti progetti per lei.
Particolarmente significativi sono due episodi, il primo dei quali lei era ancora una bambina (raccontati da Francesco Spadafora nel suo libro: Suor Elena Aiello ‘a monaca santa’, dal quale sono attinte molte delle notizie qui contenute) che sono autentiche “perle” di santità, e che si ritiene utile qui raccontare.
Il primo: Un giorno il dottore Turano (medico del paese), avendo trovato Elena al capezzale di una donna abbandonata da tutti perché affetta da etisia, e la stava amorevolmente pettinando, prese la giovane per un orecchio e la condusse dal padre: “Caro Pasquale, o la legate voi o la lego io al suo lettino, perché si spinge troppo, senza riguardo alcuno, anche con pericolo di contagiarsi”. (Mi sembra di ripercorrere ora la vita di San Rocco, che però il contagio lo prese, e fu incredibilmente amorevolmente assistito da un cane, che gli portava il cibo).
Il secondo: Un giorno, avvisata delle gravi condizioni di un signore, appartenente alla massoneria, si reca dall’ammalato e con dolcezza cerca di persuaderlo a ricevere i Sacramenti. La risposta è un assoluto diniego. Elena insiste e l’ammalato, in un accesso di collera, afferra una bottiglia e la lancia contro di lei. Elena scansa il colpo diretto al volto, piegando il capo; ma rimane colpita al collo, con una ferita abbastanza notevole, che le lascerà una visibile cicatrice. Comprimendo la ferita con un fazzoletto, ella ritorna accanto al letto dell’ammalato, con soavità, ripetendo l’esortazione a ricevere i Sacramenti, per la salvezza dell’anima che correva il pericolo di perdersi; e aggiungendo che non se ne andava se prima non aveva da lui l’assicurazione che avrebbe bene accolto il sacerdote. L’ammalato fu commosso di tanto calore di carità e promise di accontentarla in tutto, ad una condizione però: che Elena fosse andata a visitarlo ogni giorno. Ricevette infatti i Sacramenti e per tre mesi, fino alla sua buona morte, ebbe la visita e le cure di Elena; trasformato in fervido cristiano, paziente e rassegnato nelle sue sofferenze.
Siamo sicuri che oggi quest’anima, dal Paradiso in cui si trova per merito di Elena, spingerà anch’essa per far giungere al più presto agli onori degli altari, anche terreni, chi la “spinse”, quasi di forza, in Paradiso (suor Elena è già Venerabile).
Ed arrivò finalmente il momento tanto atteso: compiere il voto: divenire Suora, entrando, come aveva voluto il babbo, nell’Istituto delle Suore del Preziosissimo Sangue, a Nocera dei Pagani. Era esattamente il 18 agosto 1920. Ma già dal 29 dello stesso mese, prima una febbre viscerale, e poi uno strappo muscolare alla spalla sinistra nello spostare una pesante cassa, strappo muscolare che inspiegabilmente pareva non guarire mai, le resero quel soggiorno una tortura. Ma non disse mai niente alla Madre Superiora per paura di venire mandata via.
Nel mese di marzo la trovarono lunga distesa nella lavanderia, svenuta. Messala a letto si accorsero che dall’omero sinistro fino al collo era tutto nero. Fu chiamato il medico che consigliò un intervento chirurgico. Ma l’intervento non riuscì: insieme alla carne annerita il medico tagliò anche dei nervi, lasciandola in pratica invalida. La giovane venne mandata a casa. Non poteva né lavarsi né pettinarsi; il braccio sinistro era paralizzato; sulla spalla c’era una piaga, che comincerà ben presto a verminare. A questo nell’agosto del 1921 si aggiunse un forte dolore allo stomaco. Fatti i necessari esami e radiografie i medici le diagnosticarono un cancro allo stomaco. Era la fine! Chiunque al suo posto a questo punto avrebbe gettato la spugna, ma lei era sicura che S. Rita l’avrebbe guarita. E Santa Rita infatti la guarì. Elena nei suoi appunti narra che mentre pregava sotto la statua della Santa nella chiesa parrocchiale di San Gaetano, nei pressi dell’abitazione della cugina, a Cosenza, vide la statua circondarsi di vividi fulgori abbaglianti, e voltasi alla cugina che le era accanto, le disse impressionata che la statua bruciava, ma la cugina non vedeva nulla. Nella notte, la Santa le apparve, e le parlò: voleva istituita a Montalto la devozione, il suo culto, per ravvivare la fede di quella gente, e qualche giorno dopo le apparve ancora dicendole che l’avrebbe guarita allo stomaco, quanto alla spalla le disse che il male le sarebbe rimasto, dovendo soffrire per i peccati degli uomini.
Il 21 ottobre del 1921, alle ore 5.00, S. Rita apparve nella sua cameretta tutta raggiante di luce, fece un giro attorno alla camera, si avvicinò al letto, piegò le coltri e le poggiò la mano destra sullo stomaco. Da quel giorno il male di Elena non esistette più.
Nella notte dell’8 novembre 1921 le fece visita addirittura Gesù, vestito di bianco, il cuore era visibile sul petto e dalla ferita del cuore si sprigionava un raggio di luce, che investì il capo di Elena, lasciando su di esso una striscia di capelli inceneriti. Mentre Gesù le spiegava che quei raggi erano l’invito del suo amore alla sofferenza, era invitata a partecipare alla Sua Passione, in espiazione dei peccati degli uomini.
Elena aveva lunghi e folti capelli, e quella mattina, come di consueto, la sorella Emma glieli raccolse in due lunghe trecce. Nel pomeriggio Elena si recò per confessarsi dalle Suore, le quali, avendo già appreso del fatto, chiesero di dare uno sguardo ai capelli di Elena, coperti dal velo. Elena era un po’ restia, ma dietro le insistenze della Madre Superiora, lasciò che ella stessa le togliesse il velo per osservare i capelli. Elena in quel momento – com’è scritto nei suoi appunti – chiese al Signore di dare un ulteriore segno alla Suora, ed immediatamente avvertì, come da una mano invisibile, lo strappo della treccia destra, che cadde ai piedi della Madre Superiora, la quale, meravigliata ed atterrita, la raccolse e la pose  sulle ginocchia di Elena, dicendo: “È una tua treccia?!, l’hai tagliata tu?!”.
La treccia, esaminata dai medici locali, apparve stroncata dal bulbo, e nella parte più nodosa era manifesta l’impronta di una mano. Il mattino seguente, i capelli mancanti riapparvero integri e al loro posto, tanto da venire ricomposti nella solita treccia.
Per chi non crede nei miracoli, come disse il parroco Peyramale di Lourdes, al tempo delle Apparizioni a Bernadette Soubirus, ogni spiegazione è inutile, mentre per chi ci crede ogni spiegazione è superflua.
Comunque, che tutto quanto raccontava la giovane Elena fosse vero ed opera del Signore, lo troviamo confermato in quello che poi successe.
Il primo Venerdì Santo dell’anno 1923 infatti, ci troviamo in casa della famiglia Aiello, viene chiamato il medico perché dalla fronte e dal cuoio capelluto della dolcissima e soave Elena gocciolava del sangue, come se, una corona di spine, vi fosse stata posta sopra. La relazione del dr. Adolfo Turano, medico condotto, è la seguente: “La ragazza giaceva supina a letto, con gli occhi semichiusi, con la testa reclinata da un lato. Dalla fronte gocciolava del sangue, che, in rivoletti, si spandeva per le guance, per il collo, ed aveva impiastricciato tutto il cuscino. Le braccia abbandonate, i lineamenti del volto esprimenti una grande tristezza, la testa piegata in avanti e lateralmente, le labbra leggermente dischiuse, le palpebre semiaperte, davano all’inferma un aspetto mistico. Di tanto in tanto l’inferma si irrigidiva, sollevava la testa, spalancava le palpebre semiaperte, sbarrava gli occhi, ed assumeva diversi atteggiamenti. La mimica del volto lasciava facilmente indovinare lo stato emotivo che attraversava quella psiche; lo spavento, il dolore, la contemplazione estatica, il gaudio. Con la contrazione dei muscoli della fronte si accompagnava un gemizio di sangue che veniva fuori dalla pelle. Più numerose erano le goccioline di sangue sulla fronte e propriamente al centro, altre fuoriuscivano dal cuoio capelluto, specie lungo la sutura sagittale. Dopo l’atteggiamento di estasi, la paziente con flebile voce ma chiara, narrava di aver visto comparire Gesù sulla croce, di averne contemplato le ferite sanguinanti. Lo strano e meraviglioso fenomeno aveva richiamato al capezzale dell’inferma, oltre che i familiari, i parenti, i vicini, gli amici, ai quali questa chiedeva se avessero anch’essi assistito allo stesso spettacolo. Il fenomeno durò tre ore. Quindi l’inferma rientrò nello stato normale. Era un po’ debole, sfinita quasi, ma l’indomani tutto era ritornato come prima”.
Ma adesso sentiamo il racconto che di questo straordinario giorno fece Elena stessa, riportato in un suo quaderno.
“Il primo venerdì di marzo, verso le ore 15,00 ero a letto molto sofferente per la piaga cancrenosa alla spalla sinistra, e leggevo il nono  venerdì in onore di S. Francesco di Paola; mi apparve il Signore vestito di bianco, con la corona di spine; all’invito se volevo partecipare alla Sue sofferenze io rispondevo affermativamente; allora il Signore, togliendosi dal Suo capo la corona, la poneva sul mio capo. A tale contatto uscì un’abbondante effusione di sangue. Il Signore mi comunicò che voleva questa sofferenza per convertire i peccatori”.
Lo “strano” fenomeno si ripetè il Venerdì successivo, aggiungendosi, oltre al sangue sulla fronte e su tutta la circonferenza della testa, le stigmate.
La folla intanto in casa, per le scale, fuori, era enorme. Alcuni “esperti” avevano anche iniziato a “studiare” il fenomeno, facendo vari “esperimenti” sulla povera ragazza. Verso sera il fenomeno cessò definitivamente.
Ma il fenomeno si ripetè tutti i Venerdì Santo di tutti gli anni a venire e sino alla morte della piccola, straordinaria Suora; ed incredibilmente “tutto” cessava passato il Venerdì Santo, tanto che la mattina del sabato si alzava dal letto tutta sorridente e forte, dando ordini e soprintendendo a tutto, continuando la sua vita di operosità e di bene, come se nulla fosse successo nel suo organismo.
Nel 1923 conosce Gigia Mazza, una giovane suora nativa di Bucita, una frazione del comune di S. Fili, a pochi chilometri da Montalto, la quale era ritornata a casa dal convento per curarsi e ritemprarsi da una brutta caduta. L’anno dopo Elena le dice di non pensare più al ritorno presso la sua Congregazione, perché vuole iniziare con lei una nuova opera. Gigia conosce le condizioni di salute di Elena. Le viene spontaneo il pensiero: “Sta morendo e pensa di istituire un’opera!” Elena, leggendole nel pensiero, subito la rassicura: “Non ti preoccupare, Santa Rita, il 22 di questo mese (il mese è maggio, l’anno il 1924) mi guarirà”. E difatti il 23 maggio il suo male non esisteva più.
Da questo binomio, con molti sacrifici, patimenti e stenti, ma anche grandi soddisfazioni e gioie, nasce un’Opera capace di dare ai bisognosi il pane del corpo e soprattutto quello dell’anima, realizzando in pratica, proprio come dice Spadafora nel suo libro dedicato a questa eccezionale Suora, il regno di Gesù sulla terra. Le Suore Minime della Passione di N.S.G.C.: questo il nome che danno alla loro Congregazione, che si ispira al grande taumaturgo S. Francesco di Paola, anche lui come loro calabrese e Santo della CARITÀ. Il 17 gennaio 1928 inizia l’Opera, che ottiene l’approvazione ecclesiastica nel gennaio del 1948, e il riconoscimento come Ente morale nel 1949.
Il fine delle Suore è stato ed è tuttora quello di raccogliere dalla strada e togliere dal vizio le bambine senza genitori e abbandonate da tutti, per allevarle, educarle, istruirle alla luce e al calore della carità evangelica; renderle inoltre buone massaie, esperte di cucito e di ricamo, per  poi rimetterle, così preparate, nella vita. Più avanti le Suore si occuperanno anche dell’assistenza di anziani poveri e di sacerdoti anziani e invalidi, raccolti in apposite case.

 

 

Suor Elena Aiello

 

CURIA GENERALE
Via dei Martiri, 9
87100 Cosenza

Tel: e Fax 0984.26132
http://www.medianetis.it/suoreminime
e-mail: suorminimecuria@tiscali.it

            

Montalto Uffugo (CS)
Paese natale di Suor Elena Aiello

Istituto “S. Rita da Cascia” Liceo delle Scienze Sociali e Casa Famiglia
Montato Uffugo (CS)

 


Istituto “S. Lucia” Casa Famiglia BUCITA (CS)

 

 

 

Pitalito (Colombia)

 

Toronto (Canada)                                                          

Casa di Accoglienza per giovani
ROMA

 

Casa di Riposo “Antonio e Pierina Manes” San Lucido (CS)

 

Tralasciando pure di considerare le stesse stigmate, quello che fece per le sue bambine Suor Elena Aiello (insieme naturalmente alla sua amica Gigia e a tutte le altre suore), quello che dovette patire da chi voleva intralciare e mortificare i piani della sua congregazione, quello che soffrì per la salvezza dei peccatori e della nostra stessa bella nazione, sta scritto nel Cuore di Gesù, che la gratificò infatti di molte Sue apparizioni, e in una di queste, le ordinò, pensate, di far sapere quanto scritto nella lettera che segue al Duce (Benito Mussolini), pubblicata il 19 marzo 1956 dal “Giornale d’Italia”.  

 

Cosenza, 23 aprile 1940
         
Al Capo del Governo
Benito Mussolini

Duce,
vengo a Voi in nome di Dio per dirvi ciò che il Signore mi ha rivelato e che vuole da voi. Io non volevo scrivere, ma ieri, 22, il Signore mi è apparso di nuovo imponendomi di farvi sapere quanto segue:

“Il mondo è in rovina per i molti peccati e particolarmente per i peccati d’impurità che sono arrivati al colmo dinanzi alla Giustizia del mio Padre Celeste. Perciò tu dovrai soffrire ed essere vittima espiatrice per il mondo e particolarmente per l’Italia, dove è la sede del mio Vicario. Il mio Regno è regno di pace, il mondo invece è tutto in guerra.
I Governatori dei popoli sono agitati per acquistare nuovi territori. Poveri ciechi!... Non sanno che dove non c’è Dio non vi può essere alcuna vera conquista! Nel loro cuore non vi è che malvagità e non fanno che oltraggiarmi, deridermi, disprezzarmi! Sono demoni di discordia, sovvertitori dei popoli e cercano di travolgere nel terribile flagello anche l’Italia, dove sta Dio in mezzo a tante anime e la sede del mio Vicario, Pastor Angelicus.
La Francia, tanto cara al mio cuore, per i suoi molti peccati, presto cadrà in rovina e sarà travolta e devastata come Gerusalemme ingrata.
All’Italia, perché sede del mio Vicario, Ho mandato Benito Mussolini, per salvarla dall’abisso verso il quale si era avviata, altrimenti sarebbe arrivata in condizioni peggiori della Russia. In tanti pericoli l’ho sempre salvato; adesso deve mantenere l’Italia fuori dalla guerra, perché l’Italia è civile ed è la sede del mio Vicario in terra.
Se farà questo avrà favori straordinari e farò inchinare ogni altra Nazione al suo cospetto. Egli invece ha deciso di dichiarare la guerra, ma sappia che se non la impedirà, sarà punito dalla mia Giustizia!”

Tutto questo mi ha detto il Signore. Non crediate, o Duce, che io mi occupi di politica. Io sono una povera Suora dedicata all’educazione di Piccole abbandonate e prego tanto per la vostra salvezza e per la salvezza della nostra Patria.

Con sincera stima
dev.ma
Suor Elena Aiello

 

 

 

(la lettera fu consegnata alla sorella del Duce, Donna Edvige, il 6 maggio 1940, ed ella la consegnò a Mussolini qualche giorno dopo).

 

Ma ecco un’altra lettera di Suor Elena Aiello, questa volta direttamente a Donna Edvige, nella quale ella accenna al contenuto della lettera di cui sopra:

Montalto Uffugo (CS), 15 maggio 1943

Gent.ma Donna Edvige,
questo mio lungo silenzio vi avrà fatto forse pensare che io mi sia dimenticata di voi, mentre invece io vi ricordo tutti i giorni, nelle mie povere preghiere, seguendo sempre le dolorose vicende della nostra bella Italia.
Noi ci troviamo fuori Cosenza, a causa dei bombardamenti. La barbarie nemica ha sfogato il suo odio, sganciando bombe sulla città di Cosenza, causando devastazione, dolore e morte fra la popolazione civile.
Io mi trovavo a letto con le sofferenze: tre bombe sono cadute vicino al nostro Istituto, ma il Signore ci ha salvato nella sua infinita bontà e misericordia. Per tenere lontane le bambine dal pericolo di nuove incursioni, ci siamo rifugiati a Montalto Uffugo, mio paese natio, dove ci troviamo certamente a disagio, ma tutto offriamo al Signore per la salvezza dell’Italia.
La ragione di questo mio scritto è per rivolgermi nuovamente a voi, come nel mese di maggio del 1940, quando venni a Roma presentata dalla Baronessa Ruggi, per consegnarvi in iscritto le rivelazioni avute dal Signore riguardo al Duce. Ricordate quando il 6 maggio del 1940 dicevano che il Duce aveva deciso di fare la guerra, mentre il Signore gli faceva sapere nella mia lettera che doveva salvare l’Italia dalla guerra altrimenti sarebbe stato punito dalla Sua divina Giustizia? “In tanti pericoli” diceva Gesù “l’ho sempre salvato: anche lui, adesso, deve salvare l’Italia dal flagello della guerra, perché vi è la sede del mio Vicario. Se farà questo gli darò favori straordinari e farò inchinare ogni altra Nazione al suo cospetto; invece lui ha deciso di fare la guerra, ma sappia che se non la impedisce, sarà punito dalla mia Giustizia”.
Ah!... se il Duce avesse dato ascolto alle parole di Gesù, l’Italia non si sarebbe trovata ora in così triste condizione!...
Io penso che il cuore del Duce sarà molto rattristato nel vedere l’Italia, da un giardino fiorito, trasformato in un campo deserto, seminato di dolore e di morte. Ma perché continuare questa guerra terribilmente crudele, se Gesù ha detto che per nessuno vi sarà vittoria? Perciò, cara Donna Edvige, dite al Duce, a nome mio, che questo è l’ultimo avviso che il Signore gli manda. Potrà ancora salvarsi mettendo tutto nelle mani del Santo Padre. “Se non farà questo” diceva il Signore “Presto scenderà su di lui la Giustizia Divina. Anche gli altri Governatori che non ascolteranno gli avvisi e le direttive del mio Vicario(1) saranno raggiunti e puniti dalla mia Giustizia”.Vi ricordate il 7 luglio dell’anno scorso quando mi chiedevate che cosa ne sarebbe stato del Duce ed io vi risposi che se non si fosse mantenuto unito al Papa sarebbe finito peggio di Napoleone?! Ora vi ripeto le stesse parole: Se il Duce non salverà l’Italia rimettendosi a quanto dirà e farà il Santo Padre, presto cadrà; anche Bruno dal cielo chiede al padre la salvezza dell’Italia e di lui stesso.
Il Signore dice spesso che l’Italia sarà salva per il Papa, vittima espiatrice di questo flagello, perciò non vi sarà altra via per la vera pace e per la salvezza dei popoli, fuori di quella che traccerà il Santo Padre.
Cara Donna Edvige, riflettete bene come tutto ciò che ha detto il Signore si sia perfettamente avverato.
Chi è che ha causato tanta rovina all’Italia? Non è stato forse il Duce per non avere ascoltato le parole di nostro Signore Gesù Cristo?
Ora potrà ancora rimediare facendo quanto vuole il Signore.
Io non mancherò di pregare.
Suor Elena Aiello

 

Queste due lettere ci dicono quanto l’Uomo, preso dalla trappola del potere e accecato dalla propria superbia, non veda al di là del proprio naso, e ci dicono soprattutto quanta sofferenza, patimenti e sangue, costi nella totalità dei casi la scellerata scelta di non ascoltare il Cielo. Il Cielo che a Benito Mussolini si presentò sottoforma di una povera lettera scritta da una povera piccola Suora calabrese, ma per conto e in nome del “suo” e “nostro” Signore e Dio.
Ah, Benito Mussolini, come hai tradito anche tu la fiducia che Nostro Signore Gesù Cristo aveva riposto in te. Lui ti aveva messo lì, in quel posto di comando, contando sulle tue qualità,(2) per salvare l’Italia, non per crocifiggirla. Anche tu, come Giuda, avevi delle qualità, e per questo ti aveva scelto, ma come Giuda lo hai tradito. A te almeno aveva mandato una Sua Messaggera, ad avvertirti e ad ammonirti: perché non l’hai ascoltata?
Ma la storia OGGI sembra ripetersi: NESSUNO dei nostri attuali Governanti sembra prestare attenzione e ascolto alle “lettere” che ci consegna da oltre venticinque anni, a tutti, un’ALTRA e ben più importante Messaggera di Dio: la Madonna. GOVERNANTI, se veramente tenete per le vostre nazioni e il mondo, se veramente tenete per la pace, il benessere e la sicurezza, se veramente tenete per il futuro dei nostri e vostri figli, ASCOLTATELA, IN NOME di DIO! ASCOLTATELA! LIBERATEVI dall’abbraccio mortale dell’Infernale Serpente! O almeno PERMETTETE a CHI, nonostante tutto, vi ama, di liberarvi. PERMETTETE almeno ai vostri fratelli di portarvi la luce che vi manca.
Tuttavia, lo si ricorda ancora una volta, dobbiamo guardare a queste persone, come a tutti i nostri fratelli che non conoscono, come dice la Madonna, ancora l’amore di Dio, non con risentimento e odio, sebbene di colpe ne abbiano, eccome!, ma anzi con maggiore comprensione e amore, perché sono proprio loro che hanno più bisogno del nostro aiuto, lo ripeto, più dei barboni che vivono sotto i ponti in scatoloni di cartone. Se occorre possiamo con loro essere anche “energici”, poiché l’amore prevede anche questo: “Chi ti vuol bene, se necessario, ti fa piangere!”
E questo vale anche in tema di fede. Se noi, ad esempio, per farci belli agli occhi dei nostri fratelli Testimoni di Geova, Musulmani, ecc., ci fingessimo entusiasti delle loro religioni, preoccupandoci di nascondere al loro passaggio icone della Madonna, crocifissi dal muro, ecc, fingessimo di pendere dalle loro labbra per le verità rivelate dalle loro religione e tacessimo della nostra, non gli renderemmo certamente un buon servizio, né lo renderemmo soprattutto a Gesù e alla Madonna, i quali “CI vogliono” LORO Testimoni: Testimoni dell’unica e vera fede, nell’interesse PROPRIO dei nostri fratelli. Altro che rispetto delle altrui religioni! Rispetto sì, di tutto e di tutti, ma quando si tratta di Cristo prima si rispetta e obbedisce a Lui e a quanto ci ha comandato, e poi a tutti gli altri.
La stessa Madonna in un Suo Messaggio da Medjugorje ci ha detto: “Ogni giorno nelle vostre case giungono persone che sono nelle tenebre: date loro la luce!” E qual è questa luce, fratelli, se non che l’unica e vera religione su questa terra è quella fondata da Cristo e su Cristo; che Gesù Cristo È REALMENTE il Figlio di Dio, e che senza di Lui non ci potrà mai essere né la pace né la prosperità su questa terra né tanto meno la salvezza eterna?!

(1) Il Papa. Anche oggi, se i Governanti avessero anch’essi ascoltato prima la voce dell’indimenticabile Giovanni Paolo II ed oggi ascoltassero quella di Benedetto XVI, la situazione nel mondo non sarebbe così disastrosa, e migliorerebbe di colpo; non ci sarebbe più nessuna guerra, tanto meno sarebbe sorta quella in Iraq, dal momento che Giovanni Paolo II ha in tutti i modi cercato di scongiurarla. E a chi la dichiarava ha detto chiaramente che se ne assumeva la responsabilità davanti a Dio.

(2)È bene intanto dire che prima dell’avvento di Mussolini le cose in Italia non è che andassero a gonfie vele, tutt’altro! Come riportato nel libro dello stesso Spadafora, che a sua volta si avvale di un contributo scritto tratto dal volume “Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza” di un grande storico, il P. Francesco Russo, dall’unità d’Italia (1870), all’avvento di Mussolini, le cose, anziché migliorare, erano addirittura andate peggiorando. Il divario economico tra nord e sud si era addirittura acuito, e la stessa situazione religiosa peggiorata. L’allora classe politica, credendo di cementare l’unione, aveva soffiato sul fuoco dell’anticlericalismo della peggiore specie, indicando nel Papato il nemico dell’Italia (anche oggi, incredibilmente, qualcheduno è di questa idea), ed il Governo, soprattutto al sud, dimenticando il contributo di pensiero, di sacrifici e di sangue che il clero meridionale aveva apportato alla causa nazionale, lo indicò come l’alleato naturale dei regimi decaduti, sopprimendone tutti gli Ordini religiosi e confiscandone i beni. I religiosi, scacciati dalle loro case, si videro costretti a secolarizzarsi, lavorando nel ministero parrocchiale o nell’insegnamento scolastico. Pochi rimasero fedeli al loro ideale, e preparano la ripresa del loro apostolato evangelico e il ritorno in alcuni dei loro conventi.

Nel socialismo e nella massoneria i due cancri che afflissero il regno d’Italia appena formato. La massoneria in particolare continuò la sua odiosa campagna contro la Chiesa contribuendo a far togliere dalle scuole il crocifisso (non è quindi una novità quella di oggi: ma il crocifisso è ancora là) ed ogni insegnamento religioso; ai ragazzi, ai giovani, agli universitari, si impartì una cultura laica, preparata con cura dalla massoneria imperante.
Per ottenere un posto, per non avere intralci e palesi ingiustizie nella carriera bisognava iscriversi alla massoneria, che si circondava di misteri e di ombre. Il massone si presentava come il detentore della cultura: storia, scienza, letteratura. Quanto al socialismo sfruttava la miseria e l’ignoranza; proprio quei due mali che avrebbe dovuto combattere. Si presentava come un paladino degli operai, promettendo il paradiso terrestre (l’inferno sulla terra invece ha portato); come ostacolo da abbattere presentava la Chiesa, alleata, a suo dire, dei ricchi, ladri ed avari, sanguisuga della povera gente, che lavora. Solo la fatica manuale veniva presentata come lavoro; la fatica intellettuale considerata svago da signori. Il prete poi, l’ideale del vagabondo. La dottrina della Chiesa con quella continua esortazione all’amore, alla rassegnazione, un vero e proprio incitamento alla schiavitù attiva nei ricchi e passiva negli operai, nei contadini, nei dipendenti in genere. La Chiesa infine una vecchia mummia del passato, colla sua cieca opposizione alla scienza, al progresso (quest’ultima considerazione si sta ripetendo anche oggi).
La massoneria e il socialismo si fondevano addirittura in un’unica linea d’attacco; l’uno pigliava i motivi dell’altra e viceversa.
Scacciata dalla scuola, dalla vita pubblica, la religione rimaneva in pratica solo tra le mura domestiche, preparando la sua rivincita.
E proprio da Mussolini ottenne questa rivincita. Egli infatti sciolse la massoneria, mise pace e ordine all’intero della nostra nazione, istituì la previdenza sociale, prese a cuore soprattutto i bambini e la loro istruzione, istituì per loro le colonie estive, ripristinò il rispetto e il riconoscimento della religione cattolica.
Questo spiega perché molta gente, soprattutto pia (la stessa Suor Elena ricevette da Mussolini un cospicuo aiuto per il suo Istituto) che ha vissuto quei tempi, oggi in parte lo rimpiange. Peccato che Mussolini non abbia “creduto” sino in fondo nella piccola Suora calabrese, e con lei, alla grazia di Dio, causando la sua rovina e tante sofferenze e dolori ad un’intera nazione. Quando Dio dà e l’uomo non capisce e ringrazia, Dio toglie.