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............ "La Verità"
Verità

 

I MIRACOLI EUCARISTICI

Dal libro “Il Tempo di Primavera”
(così come ci sono stati raccontati in una sua illuminante catechesi
da Mons. Comastri, trasmessa anche sulle onde di Radio Maria)

Il miracolo Eucaristico di Lanciano
 (avvenuto nell’anno 700 circa)

Lanciano è una simpaticissima cittadina situata in Abruzzo, esattamente in provincia di Chieti. In questa cittadina attorno all’anno 700 accadde un fatto straordinario, di cui fu protagonista un monaco basiliano. Un documento del 1653, che raccoglie la tradizione ininterrotta della notizia dell’evento miracoloso, così descrive il fatto:
“A Lanciano, circa gli anni 700 di nostro Signore si ritrova nel monastero di S. Legonziano, ove abitavano i monaci di San Basilio, oggi detto di San Francesco, un monaco, il quale, non ben fermo nella fede, letterato nelle scienze del mondo ma ignorante in quelle di Dio (e può accadere) andava di giorno in giorno dubitando se nell’ostia consacrata vi fosse il vero corpo di Cristo e se nel vino vi fosse il vero sangue. Tuttavia non fu abbandonato dalla divina grazia del continuo pregare (e questa fu la sua salvezza) e costantemente pregava Dio che gli togliesse dal cuore questa piaga, che gli andava invadendo l’anima.
Ma una mattina, nel corso della Santa Messa, dopo aver proferito le santissime parole della consacrazione vide il pane trasformato in carne e il vino in sangue”.

Nel 1970, per iniziativa dei frati minori conventuali, attuali custodi del Santuario, le reliquie eucaristiche di Lanciano vennero sottoposte ad un accurato esame scientifico. L’incarico venne affidato al prof. Odoardo Rinoli (un esperto di fama internazionale). Dopo diversi mesi di accurate analisi il 4 marzo 1971 vennero resi pubblici i risultati di questa indagine. E cioè: l’ostia carne è una fetta di cuore, il sangue è vero sangue; la carne e il sangue appartengono alla specie umana, al gruppo AB, lo stesso gruppo sanguigno riscontrato sulla Sacra Sindone di Torino.
Nel 1974, il 3 novembre, l’allora cardinale Karl Woitila, poi Papa Giovanni Paolo II si recò in pellegrinaggio a Lanciano, e sul registro dei visitatori scrisse queste parole: “Fa che noi crediamo sempre più in Te, speriamo in Te, e amiamo Te”.

 

Il miracolo Eucaristico di Bolsena

Cosa accadde a Bolsena nel 1263… Bisogna premettere che a quei tempi, a motivo dell’affermazione del Berengario e dei suoi seguaci che negavano la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù, si era diffusa nel popolo cristiano la nebbia del dubbio, e qua e là alcuni si dichiaravano favorevoli alle posizioni del Berengario. Un sacerdote, tale Pietro da Praga, era tormentato dal dubbio, proprio a riguardo, ancora una volta, al miracolo eucaristico. Egli decise di fare un pellegrinaggio a Roma, nella città dei martiri, per invocare la liberazione dal dubbio, che lo accompagnava e lo tormentava in ogni celebrazione eucaristica.
Arrivato a Bolsena volle fermarsi, per pernottare, e al mattino presto, si recò al santuario di Santa Cristina1 per celebrare la santa Messa sul luogo del martirio della giovane.
Cerchiamo di immaginare lo stato d’animo di questo sacerdote. Mentre si avvia all’altare egli porta dentro di sé il peso del dubbio che gli rende terribile quel momento, che invece doveva essere il momento della sua più grande gioia. E Pietro da Praga tira fuori dal cuore una sofferta preghiera: “Signore, dammi la fede in questo grande mistero. Sei davvero presente, o Gesù? Com’è possibile che avvenga questo miracolo?”.
Intanto egli sale i gradini dell’altare, e inizia la celebrazione. Giunto alla consacrazione il sacerdote pronuncia le parole che gli causavano tanto tormento, ma, ecco cosa accadde: giunto al momento della comunione prende l’ostia consacrata, e piegato verso l’altare, la spezza. Fu in quel momento che sul corporale caddero alcune gocce di sangue, e il sangue continuò a defluire dalle due parti dell’ostia spezzata. Il sacerdote credeva di svenire per l’improvvisa violenta emozione. Il corporale risultò macchiato da ben 83 gocce di sangue.
La notizia del fatto si sparse dovunque, ed arrivò anche ad Orvieto, dove il Papa si trovava in quel tempo. Urbano IV, l’allora Papa, profondamente colpito dal racconto dell’evento inviò a Bolsena il vescovo Giacomo Maltraga, insieme ad illustri teologi, tra i quali Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio.
Essi raccolsero preziose notizie sul fatto. Esaminarono l’ostia spezzata ancora bagnata di sangue nel punto di frattura, videro il corporale con numerosi segni di sangue, e riferirono ogni particolare al Papa, il quale decise che venisse tutto trasferito ad Orvieto. E il 19 giugno 1274 arrivò ad Orvieto il corteo con le preziose reliquie, che il Papa andò devotamente incontro, e le accolse al ponte di Rivochiaro, oggi chiamato Ponte del Sole. Le reliquie: il corporale e l’ostia, sono ancora là, nel Duomo di Orvieto, custodite in un prezioso reliquario che la città commissionò all’orafo senese Ugolino da Vieri, nell’anno 1238, e lo stesso Duomo arricchito con preziosissimi ricami di marmo e mosaici che lo rendono una delle meraviglie del mondo. E Papa Urbano IV istituì, da allora, ed ogni anno la Chiesa celebra, la festa del Corpus Domini. Tutto questo per ringraziare Gesù per il dono della S.S. Eucaristia.

 

Il miracolo Eucaristico ancora di Lanciano
(avvenuto nel 1273)

Dieci anni dopo il miracolo di Bolsena, esattamente nel 1273, fatto davvero straordinario, si ritorna a Lanciano; e Lanciano torna alla ribalta per un nuovo, strepitoso miracolo eucaristico.
Questa volta però il contesto del miracolo è veramente drammatico. Ecco i fatti.
Una donna, di nome Ricciarella, moglie di Giacomo Stasio, soffre (come può capitare a volte nelle famiglie, e oggi magari capita un po’ più spesso) osservando che il marito non dimostra verso di lei l’affetto dei primi anni di matrimonio. I litigi si fanno frequenti; dubbi nascono nel cuore di questa donna; la vita familiare diventa impossibile. La donna, desiderando conquistare l’affetto dello sposo, prende una decisione stolta, ed estremamente pericolosa (purtroppo anche oggi non infrequente): và da una fattucchiera, e la prega di aiutarla.
La fattucchiera le dà un consiglio veramente demoniaco (anche questo talvolta si ripete oggi): la invita ad andare in chiesa, a prendere la Santa Comunione, ad estrarla dalla bocca senza farsi notare, per portarla poi a casa, e qui polverizzarla mettendola sul fuoco. Il tutto doveva essere mescolato nel cibo dello sposo accompagnando il gesto con le solite insipienti formule magiche (quanta gente ancora oggi cade in queste follie, in queste stoltezze, ed anche quella donna, malauguratamente, obbedì).
Tornata a casa mise, secondo l’uso del tempo, un po’ di brace ardente sulla parte cava di un ceppo e poi prese l’ostia e l’accostò alla fiamma per renderla una polverina. Ma Gesù reagì. L’ostia, a contatto con il fuoco, non si lasciò bruciare, ma si trasformò in carne, dalla quale cominciò a sgorgare sangue abbondante che si diffuse per tutto il ceppo.
La donna, spaventatissima, gettò cenere sul ceppo, ma il sangue non cessava di scorrere. Allora terrorizzata la donna prese una tovaglia (di lino, conservata ancora oggi) e con essa avvolse il ceppo con il corpo e il sangue del Signore, e andò a seppellirli nella stalla sotto il letame delle bestie.
I fatti presero uno sviluppo imprevedibile, e andarono al di là di ciò che l’infelice donna poteva immaginare. Ma la storia non è finita qui. La sera, il marito torna dai campi e come al solito spinge l’asinello dentro la stalla. La bestia però si rifiuta. E soltanto dopo ripetute battiture entra e si adagia sulla paglia, evitando di voltare le spalle all’angolo nel quale Ricciarella aveva seppellito il ceppo e l’ostia del miracolo. Il marito evidentemente non capisce il senso di ciò che sta accadendo, e imprecando chiude l’episodio.
Passarono sette anni. Ricciarella si sentiva letteralmente bruciata dal rimorso (e si può immaginare). Finalmente prese la decisione di andare da un sacerdote, per raccontare il suo gravissimo peccato, e per invocare la misericordia di Dio. Andò al convento dei padri Agostiniani e raccontò la terribile avventura al Priore del convento, Padre Giacomo, originario di Offida, nelle Marche. Il Confessore rimase profondamente impressionato, e dopo la confessione della donna volle essere accompagnato nella stalla, per raccogliere ciò che poteva ancora rimanere di quel gesto sacrilego. Giustamente pensava che ben poco poteva essere rimasto. E invece, sollevò la paglia e il letame maleodorante, e con grande sorpresa potè verificare che il letame non aderiva né alla tovaglia né al ceppo, tanto i frammenti di ostia e di carne quanto il sangue sgorgato erano ancora freschi, come se il miracolo fosse avvenuto qualche momento prima.
Che fare?! Il buon religioso volle evitare di esporre la donna all’umiliazione del disprezzo (a quei tempi un simile episodio poteva veramente scatenare il sentimento popolare). Decise allora di portare le reliquie del prodigio nella sua città natale di Offida, nelle Marche, lontano da Lanciano, e lontano dai commenti di coloro che potevano conoscere l’infelice sventurata Ricciarella, e così il ceppo, l’ostia carne e la tovaglia sono approdate ad Offida e qui sono ancora oggi custodite.
Questa ulteriore firma di Dio deve spingerci ad un maggiore amore verso l’Eucarestia, ad una maggiore consapevolezza del grande mistero che Dio ha messo nelle nostre mani.


....Il Miracolo Eucaristico di Siena
(anno 1730)

È il 14 agosto del 1730, vigilia dell’Assunta. Tutta la popolazione della città è raccolta nello splendido Duomo, come accade ancora oggi. Dall’anno 1200 infatti a Siena per sciogliere un pubblico voto la vigilia dell’Assunta viene offerto alla Madonna un grande cero che esprime l’affetto e la gratitudine di tutti i Senesi. E la tradizione è arrivata ininterrotta sino ad oggi. Ma la sera di quel 14 agosto 1730 non tutti erano in Duomo. Alcuni ladri, approfittando della città semideserta, entrarono nella chiesa di San Francesco, affidata ai frati minori conventuali, e con un grimaldello forzarono la porticina del Tabernacolo e rubarono l’abside di argento piena di ostie consacrate la stessa mattina, in vista della festa dell’Assunta.
Nessuno si accorge di nulla quella sera. Al mattino dell’Assunta, il frate di turno si reca all’altare del S.S. Sacramento per la celebrazione della prima Messa della giornata, e fa la scoperta dolorosa: non c’è più l’abside, non c’è più Gesù nel Tabernacolo, il Tabernacolo è vuoto.
Nella stessa mattina, al Chiasso Largo, che è un piccolo tratto di strada che immette in piazza del Campo, vengono trovati per terra il copra-abside di stoffa e la crocetta che sovrastava il coperchio dell’abside. Ormai non c’era più dubbio: era avvenuto un furto sacrilego. La reazione della città (e guardate, questo è commovente) fu impressionante. Sembrava che a Siena ci fosse un lutto cittadino. Com’era diversa la gente in quel tempo…! Come aveva chiara la convinzione che l’Eucarestia è il più grande regalo che Gesù ha fatto alla Chiesa! Oggi, permettemi di dirlo, di fronte a ripetuti e ben peggiori sacrilegi – pensate alle orribili “messe nere” – la reazione spesso sapete qual è?!: una generale indifferenza. Nel 1730 invece come risposta al gesto sacrilego, fu indetta dall’Arcivescovo e dal Capitano del Popolo una pubblica giornata di penitenza. Stavano addirittura per annullare la corsa del “Palio”, che per Siena è un fatto enorme; ma poi fu deciso di farla ugualmente perché era un gesto d’amore verso la Madonna. Tuttavia la città soffriva, e levò un sospiro di sollievo quando tre giorni dopo, la mattina del 17 agosto, il chierichetto della chiesa di Santa Maria in Provenzano, all’elevazione si inginocchiò davanti alla cassetta delle offerte e, distrattamente vide, attraverso la feritoia, qualcosa di bianco nel contenitore delle offerte. Erano le Sante particole, trafugate e lì gettate dai ladri. Per la storia, quel ragazzo divenne sacerdote e fu parroco di Vergelle in diocesi di Bienza. Ma sentiamo il racconto del miracolo. Quando si sparse la notizia del ritrovamento la gioia di Siena fu talmente grande che l’Arcivescovo Alessandro Zondadari ordinò una giornata di ringraziamento, e nello stesso tempo, di digiuno, in riparazione dell’offesa fatta alla S.S. Eucaristia. E la sera del 18 agosto, partendo dalla Cattedrale, l’Arcivescovo raggiunse la chiesa di Santa Maria in Provenzano dove le Sante ostie erano state esposte per tutto il giorno alla pubblica adorazione. Una solennissima processione, tra la gioia e il pianto (anche l’Arcivescovo scoppiò in pianto quando entrò nella chiesetta di Santa Maria in Provenzano) accompagnò il ritorno delle Sante particole alla chiesa di San Francesco, e oggi, sono ancora lì. Erano più di 300 particole.
Passò il tempo. Nessuno osava fare la comunione con quelle particole. Dopo cinquanta anni, nel 1780, ci si accorse che esse erano sempre intatte. Cominciò a balenare l’idea che si trattasse di un prodigio. Nel 1789, sessantanove anni dopo, venne fatto un esperimento. Vennero collocate in una scatola alcune ostie non consacrate, e si osservò che quelle non consacrate, in dieci anni, erano diventate tutte alterate dal tarlo, mentre le Sante Particole erano ancora fresche e perfettamente intatte.
Il 10 giugno 1914 venne fatto un esame accuratissimo, con i mezzi di oggi, e a quell’esame partecipò il celebre prof. Giuseppe Toniolo, dell’università di Pisa. Fu permesso anche, ad alcuni uomini di scienza, credenti evidentemente, di ricevere la Santa Comunione con una particola del miracolo e successivamente di ricevere un’ostia non consacrata, per “sentire” la differenza, se ci fosse stata. Essi testimoniarono che non esisteva differenza alcuna di sapore tra l’ostia del 1730 e un’ostia del 1914, appena preparata. Questa fu la conclusione di quel comitato scientifico, al quale appose la firma anche il prof. Giuseppe Toniolo. Ecco il testo dei risultati dell’esame: “Le ostie ottenute e conservate secondo l’uso comune non possono mantenersi intatte per più di quattro o cinque anni, dopo tale tempo, con sicurezza assoluta, esse si deteriorano, si sfrangiano, si sminuzzano e si tarlano per opera di una specie di acarus contenuto nella stessa farina, di cui le ostie sono composte. La scienza, pertanto, trova il fatto della perfetta conservazione delle Particole di Siena semplicemente straordinario. Coloro che hanno la fede lo dichiarano un prodigio”.
Sono passati 275 anni, le particole sono ancora là: perfettamente fresche e intatte.

................................I Miracoli Eucaristici del XX Secolo

Il secolo XX ha avuto dal Signore il dono del grande miracolo eucaristico di Teresa Newmann, nata nel 1898 e morta nel 1962. Questa giovane contadina bavarese si è nutrita per 36 anni soltanto di Eucaristia. Fu sorvegliata a vista giorno e notte, e gli osservatori, medici e non, dovettero alla fine concludere che la donna viveva, inspiegabilmente, di sola Eucarestia.
Nel 1939, subito dopo l’inizio della seconda guerra mondiale, a tutti i Tedeschi fu distribuita una tessera annonaria; il razionamento del cibo durò in Germania fino a tutto il 1948. Per quei nove anni una sola persona non ebbe diritto a questa tessera: Teresa Newmann; le era stata ritirata subito, con la motivazione ufficiale che non ne aveva bisogno, visto che non mangiava e non beveva nulla. Le era però concessa una doppia razione di sapone, essendo stata riconosciuta la necessità di lavare ogni settimana la biancheria inzuppata di sangue a motivo della sua partecipazione alla passione di Gesù. Così, anche la burocrazia del 3° Reich nazista rendeva testimonianza di uno dei casi più misteriosi di ogni tempo.
Teresa Newman è una grande lezione, una grande firma di Dio sul miracolo Eucaristico in pieno secolo XX.
E un’altra clamorosa firma di Dio, sempre nel secolo XX, sulla verità dell’Eucarestia, è Marthe Robin, che forse pochi conoscono, ma la sua è una storia meravigliosa.
Nata in Francia nel 1902 e morta nel 1981, sesta figlia di modesti contadini, all’età di sedici anni venne colta da un male misterioso, che in poco tempo la ridusse in paralisi. Totalmente paralizzata, nel 1930, ricevette il dono delle stigmate, e da quel momento, ogni venerdì, visse la passione di Cristo in modo impressionante. Il suo letto diventò mèta di pellegrinaggio anche di gente di grande cultura.
Dal 1928 al 1981, quindi per 53 anni, Marthe Robin, si è cibata soltanto di un’ostia che un sacerdote le portava una volta la settimana, il mercoledì sera. “Una sola volta, perché gli altri giorni” precisa il suo direttore spirituale, padre Finè, i dolori glielo impedivano. Per 53 anni è vissuta di sola Eucarestia. L’Eucarestia fu il suo unico nutrimento. Diceva: “Gesù è per la mia anima la vita che respiro, il mio pane di ogni giorno, la luce di cui mi inondo, il mio unico, il mio tutto”. La Comunione dà a Marthe Robin la forza di sopportare la passione.
A proposito della sua nazione Gesù le ha detto: “La Francia sarà salvata grazie alla Santissima Madre”.

 

.(1) Particole: Le Ostie consacrate